I LUPANARE




AFFRESCO POMPEIANO

IL LUPANARE

"A Pompei sono stati riconosciuti oltre trenta bordelli, alcuni molto modesti, altri posti nei piani superiori delle cauponae, altri appositamente costruiti e organizzati per questo tipo di attività.

Nel 2006  è stato riaperto al pubblico uno degli edifici più noti dell’antica Pompei, il Lupanare il più importante dei numerosi bordelli di Pompei, l’unico costruito con questa finalità. Era il luogo del piacere erotico trasgressivo, una casa d’appuntamento, quella che chiamiamo “casa a luci rosse”.



STANZA DI UN LUPANARE
Il lupanare è un piccolo edificio all’incrocio di due strade secondarie, costituito da un piano terra e un primo piano. Entrambi gli ingressi conducevano in una specie di saletta centrale, intorno alla quale si aprivano cinque cellae meretriciae con i letti in muratura. Le pareti delle celle erano intonacate di bianco e  coperte da graffiti incisi sia dagli avventori che dalle ragazze che vi lavoravano.

Le pareti della saletta centrale erano decorate con riquadri e ghirlande stilizzate su fondo bianco, ma al disopra delle porte d’ingresso alle celle, erano sistemate pitture murali erotiche che costituivano un catalogo sulle prestazioni delle prostitute.

Al piano superiore si poteva accedere tramite una scaletta posta nella stradina che scendeva dal Foro. La scala permetteva l’accesso ad altre cinque stanze con una decorazione più ricercata, in IV stile, prive però di scene erotiche e riservate ad una clientela di rango più elevato. Il lupanare era l’unico luogo in cui si praticava la prostituzione, come definita dal diritto romano: “in maniera notoria e indiscriminata” cioè, senza la possibilità di scegliersi i clienti.

A Roma i lupanari erano personalizzati da una particolare lanterna e dagli organi maschili scolpiti, mentre gli interni erano caratterizzati da un desolante squallore. Il lupanare era un’istituzione sociale tesa a soddisfare le molteplici tendenze della sfera sessuale dei romani con assoluta e totale tolleranza ed è per questo motivo che si trovavano anche i lupanari per gli omosessuali dove si recavano schiavi e gladiatori.

La prostituzione a Roma come a Pompei e come d’altronde in tutto il mondo romano, seppur molto diffusa, era comunque considerata infamante al pari del mestiere di attore o di chi praticava l’usura ed è per questo che qualche patrizio preferiva non farsi riconoscere in questo caso si serviva di una parrucca e si copriva il volto con una maschera.

Intorno al I secolo d.c., come conseguenza del divieto d’introdurre all’interno dei lupanari monete con l’effige imperiale, furono battute apposite monete che presero il nome di spintria, erano più precisamente tesserae eroticae, con le quali era possibile pagare le prestazioni sessuali alle prostitute ".

COPIE DI SPINTRIAE ROMANE

DA: Le Spintriae, le Tesserae eroticae romane

"Secondo la cultura romana la prostituzione non era moralmente negativa, tanto che diversi ricercatori ne conferiscono proprio ai Romani l’ideazione,  come un “settore di mercato” che rappresentava una parte significativa nell’economia dell’Impero, con prostitute, per la maggior parte schiave straniere, che venivano regolarmente iscritte, con il proprio nome, nel registro degli edili, pratica questa che si diffuse a dismisura fino a coinvolgere, durante il primo impero, il fior fiore delle matrone patrizie. 

La pratica dell’iscrizione nel registro degli edili spiega: poiché le prostitute non potevano contrarre matrimonio e l’adulterii crimen veniva per loro a cessare, l’iscrizione in questo registro consentiva a ogni donna che ne avesse fatto richiesta di eludere l’incriminazione per il reato d’adulterio. Tiberio, Domiziano e Adriano affrontarono la prostituzione con l’obiettivo realistico di contenere gli eccessi, e ricorsero a provvedimenti indiretti tra cui l’imposizione di una tassa.

Nel corso di tutta l’epoca romana, i luoghi designati al piacere sessuale mercenario furono i lupanari vere e proprie case d’appuntamento o bordelli che erano  posti sotto la tutela e il controllo dello Stato. A Roma le zone dove erano diffusi i bordelli si trovavano nella Suburra, una zona abitata dalla plebe, o nei luoghi adiacenti il Circo Massimo. Oltre che nei lupanari, la prostituzione si praticava nei bagni pubblici, nelle taverne e nelle botteghe
".




LE SPINTRIE

"Intorno al I secolo d.c. (tra la fine del regno di Augusto e quello di Tiberio), furono battute apposite monete che presero il nome di spintria, più precisamente si trattava di tesserae eroticae, con le quali era possibile pagare le prestazioni sessuali alle prostitute. 


MONETE ORIGINALI
(zummabili)
Un passo si Svetonio (Vita di Tiberio LVIII) dice che nelle latrine e nei bordelli l’Imperatore proibì l’uso di monete e di anelli recanti l’effige imperiale.

La spintria era una tessera in bronzo, di circa 20-23 mm, caratterizzata da raffigurazioni erotiche sul lato diritto (conio d’incudine), accompagnate sul lato rovescio (conio di martello) da un numerale romano, generalmente da I a XVI, una specie di contromarca con un preciso valore economico espresso in assi.

A causa della componente erotica riprodotta,  le spintriae, considerate molto rare, furono molto ricercate dai collezionisti. Con ogni probabilità molte tesserae furono imitate sia in epoca romana sia al tempo rinascimentale e post-rinascimentale rendendo molto difficile riconoscere l’autenticità delle stesse.

I Musei italiani che custodiscono alcuni esemplari di questa moneta sono pochi e si trovano soprattutto a Roma, Firenze, Bologna, Forlì (Collezione Piancastelli), Padova e Milano; sono presenti degli esemplari anche nella Galleria Estense di Modena. Non mancano esemplari nei vari musei europei come quelli del British Museum di Londra
" .

Samantha Lombardi

IL LUPANARE

LE LUPE

Con questo termine venivano indicate le prostitute, cioè per l'etimologia della parola, le istituite - pro.. Si allude pertanto a un'istituzione pubblica e laica derivante però da un'istituzione sacerdotale. Perchè non solo i Romani erano i figli della lupa, ma le Lupe soprattutto erano le figlie, o almeno le sacerdotesse della Dea Lupa.

MONETE ORIGINALI
(zummabili)
Tutti i  miti sono un rimaneggiamento nonchè occultamento di un culto più arcaico, quello della Dea Lupa, la Grande Madre Natura che nutriva uomini e bestie, e presso i cui templi si esercitava la ierodulia, o prostituzione sacra. Il rito italico era molto sentito nei Castelli Romani e a Roma stessa, quando era ancora agli albori.

Le sacerdotesse della Dea Lupa venivano chiamate Lupe, nome che passerà poi alle prostitute profane di Roma. Nel passaggio dal matriarcato al patriarcato molte cose cambiarono, nei costumi, nelle religioni e nei miti. Fu proprio studiando la storia e la mitologia romana che Bachofen comprese la derivazione del patriarcato da un matriarcato precedente, in cui il potere femminile era più sacro e sacerdotale che civile.

Poichè i templi avevano locali annessi per la prostituzione, questi locali presero il nome di Lupanare, nome usato nell'antica Roma e a tutt'oggi per indicare il postribolo. Poichè la Dea aveva sovente il tempio nei trivii, incroci fra tre vie, in onore della sua triplicità, o trinità poi ripresa dalla religione cattolica, essa era chiamata Trivia, come Diana Trivia e Ecate Trivia, ma poichè vi si esercitava la ierolulia, ne derivò in epoca patriarcale l'aggettivo di "triviale" con un certo disprezzo.

La lupa in questione fu per alcuni una contadina e per altri, in memoria della sacra prostituzione, una prostituta però profana: ACCA LARENTIA, una benefattrice che aveva regalato terre ai romani, e per questo era venerata, aveva una statua nel foro e a lei erano dedicate le feste larentalia. Ma davvero si può credere alla storia di una prostituta venerata nei secoli?



PROSTITUZIONE SACRA - I LUPERCALIA

Il rito dei lupercali, in onore del Dio Luperco, mezzo lupo e mezzo capro, prevedeva la corsa di giovani seminudi che, coperti solo con le pelli delle capre sacrificate, colpivano con strisce di pellame le donne del Palatino per purificarle e favorire la fecondità. Ancora nel 496 d.c. i Lupercalia dovevano essere celebrati, se papa Gelasio scrive un trattato per ottenerne l’abolizione.

La storia dei Lupercalia andò così:

MONETE ORIGINALI
(zummabili)
Secondo Ovidio, al tempo di re Romolo vi sarebbe stato un prolungato periodo di sterilità nelle donne. Donne e uomini si recarono perciò in processione fino al bosco sacro di Giunone, ai piedi dell'Esquilino, e qui supplicarono. Attraverso lo stormire delle fronde, la Dea rispose che le donne dovevano essere penetrate da un sacro caprone sgomentando le donne, ma un augure etrusco interpretò l'oracolo nel giusto senso sacrificando un capro e tagliando dalla sua pelle delle strisce con cui colpì la schiena delle donne e dopo dieci mesi lunari le donne partorirono.

Così la lupa, o Dea Lupa, quella italica per cui negli antichi Lupercali, nella zona dei Castelli Romani, le sacerdotesse, vestite di sola pelle di lupo, ululavano nei templi e praticavano la prostituzione sacra, venne dimenticata.

Eppure le prostitute romane, quelle profane, perchè quelle sacre erano state abolite, ancora facevano il verso del lupo per attirare i passanti, e i postriboli si chiamavano, guarda caso, "lupanare", termine conservato a tutt'oggi. Ma non dimentichiamoci di Giunone Caprotina, l'antica Dea conservata nei musei capitolini con la testa e la pelle di capra sul capo, anch'essa assimilazione di un'antica Dea Italica, la Dea Capra, fertile e lussuriosa, che sicuramente amava il sesso e l'accoppiamento e non la fustigazione delle donne.

Il rito dei lupercali passò quindi a una divinità maschile, non capro nè lupo, il Dio Luperco, ma guarda caso mezzo lupo e mezzo capro, un Dio che secondo alcuni difendeva le greggi dai lupi. Poco credibile perchè un lupo azzannerebbe il gregge e un caprone non era in grado di difendersi dai lupi, che operavano sempre in branco.

Guarda caso occorreva purificare le donne, da cosa? Forse dalla prostituzione sacra che veniva praticata per un periodo, dopodichè tornavano e si sposavano, senza l'odioso obbligo della verginità, già persa nel tempio.



PROSTITUZIONE PROFANA - I LUPANARE

Avendo i Romani abolito la prostituzione sacra che lasciava troppa libertà alle donne, rimaneva il problema dei desideri degli uomini. Come si poteva conciliare l'esigenza di donne vergini e timorate da sposare con quella di donne spregiudicate con cui fare sesso?

MONETE ORIGINALI
(zummabili)
La soluzione fu prima quella della ierodulia, il sesso sacro, dove le prostitute erano pagate ma rispettate e venerate, e successivamente la prostituzione profana, dove le ragazzine venivano sposate vergini, talvolta a 12 e fino a 10 anni (pedofilia), ma il sesso libero si faceva con le prostitute profane schiave e maltrattate.

La Chiesa contribuì bollando il sesso come peccato, ma dandone la colpa maggiore alle donne perchè erano lo strumento del diavolo.

I Pagani invece, a parte lo sfruttamento degli schiavi, non avevano pregiudizi sul sesso, e lo praticavano con disinvoltura nei vari lupanare. La richiesta pertanto era cospicua, il business era sicuro, per cui, con la solita razionalità e organizzazione romana, si escogitò un sistema pratico e veloce per il ticket del sesso.

Già l'imperatore (Augusto o Tiberio, ma più probabile Augusto, più attaccato agli antichi mores) nel I sec.d.c., aveva proibito d’introdurre all’interno dei lupanari monete con l’effige imperiale, per cui furono battute apposite monete col nome di spintria, una specie di tesserae eroticae, con cui pagare le prestazioni sessuali alle prostitute.



IL SESSO IN DETTAGLIO

ALCUNI RIFACIMENTI DELLE ANTICHE MONETE
Queste monete avevano una numerazione che si dice corrispondente al costo della prestazione e delle figure che illustravano i modi delle prestazioni sessuali, vale a dire le varie posizioni.

Questi modi, che spesso erano raffigurati con un affresco posto in alto sulla parete della cella postribolare, avevano un costo diverso, e ci si doveva attenere a quanto illustrato.

Ma la cosa non è da prendere alla lettera. Innanzi tutto perchè i modi basilari erano il sesso vis-a-vis, il sesso anale e il coito orale, e queste prestazioni potevano avere prezzi diversi.

Ma soprattutto costava diversamente il lupanare, a seconda della categoria o delle varie stanze, più trasandate o meglio allestite e con più comodità.

Guai comunque all'avventore che avesse richiesto prestazioni che esulavano a quanto illustrato sulla moneta, ogni pratica aveva il suo prezzo e il prezzo andava rispettato. 

In caso contrario il trasgressore, tradito dalle urla della meretrice, sarebbe stato cacciato in malo modo dal buttafuori che talvolta era il padrone stesso del lupanare. Ma i romani di solito conoscevano le regole e si adeguavano.

Come si osserva dalle figure i letti erano a volte in legno e a volte in muratura. Ovviamente quelli in legno appartenevano a stanze più rifinire, e pure con biancheria migliore.

Anche la pulizia del locale e delle lenzuola dipendevano dal prezzo e pure la stigliatura che anche se era semplice non poteva mancare.

C'era solitamente un catino e una brocca con un porta asciugamano per lavarsi tra un rapporto e l'altro, un po' come usava un secolo fa.

Di solito catino e brocca erano di rame o di bronzo, più o meno semplici o lavorati a seconda della qualità del lupanare. In più c'era una sedia e/o un tavolinetto ove poggiare l'abito da togliere. Da un lato una piccola cassa dove porre la coperta, gli asciugamani e la veste di ricambio per la prostituta. Un piccolo stipo o una mensola poteva accogliere dell'olio e dei profumi per i lupanari più decenti, a parte le torce e le candele.













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