IL SESSO PER I ROMANI



IL SESSO TRA GLI ETRUSCHI

Lo storico Teopompo, del IV sec. a.c., alla corte di Filippo il Macedone, è una delle fonti degli usi etruschi, tramandato dalle citazioni di Ateneo, erudito e grammatico greco a Roma nel II -III sec. d.c.

Dobbiamo tener conto che per i Greci la libertà delle donne era un insulto, e se aveva pari dignità dell'uomo era un abominio, per cui le notizie devono essere assunte con parecchia tara, un po' come quando gli storici cristiani scrissero sui pagani.
Secondo Teopompo presso gli etruschi le donne erano "tenute in comune", ma fa parte della denigrazione perchè gli etruschi avevano in grande considerazione il matrimonio e non praticavano la poligamia. La donna etrusca godeva molta più libertà e diritti rispetto alle donne greche e romane: partecipava ai banchetti distesa a fianco del marito, con grande scandalo dei greci, che ai banchetti non ammettevano donne, se non le etere, le prostitute di lusso.

Sempre secondo Teopompo, le donne etrusche avevano molta cura del loro corpo, e così era, di una donna elegante si diceva a Roma che "vestiva all'etrusca". Le etrusche amavano i gioielli, le vesti raffinate, le acconciature importanti e il trucco vistoso. Ma lo storico sostiene pure che stessero nude anche in mezzo agli uomini, che sedessero accanto ad altri uomini e che bevessero come i maschi.
Le Etrusche sono sempre ritratte con vesti sontuose, tranne le danzatrici, che danzavano seminude, con veli e sciarpe. Per la scelta del partner nel banchetto, dagli affreschi non risulta questa promiscuità, a parte il vino che le etrusche bevevano effettivamente come gli uomini. Secondo Teopompo, inoltre le etrusche sfornavano figli e li allevavano senza sapere chi fosse il padre. Ma qual'era la realtà?

Gli affreschi delle necropoli mostrano uomini e donne, raffigurati in pratiche sessuali, ma sempre persone adulte e mature. I bambini e i ragazzi, spesso nudi, costume usuale a quell'età, sono rappresentati in atteggiamenti sempre consoni all'età, nessuno osava toccarli. Teopompo poi si scandalizza per l'esibizionismo sessuale in pubblico, con tanto di sesso di gruppo, scambio di coppie e sodomia, ma questo lo disse anche la Chiesa a proposito dei Romani, e ingiustamente. A Roma si chiamava "vizio greco" la pratica di sedurre fanciulli di ceto inferiore per farne oggetto di piacere.
Presso gli etruschi c'era libertà sessuale, delle donne e della omosessualità, ma non c'è traccia del "vizio greco" di molestare fanciulli.
Greci e Romani disapprovavano l'omosessualità che in Etruria compariva naturalmente nelle raffigurazioni, ma non disdegnavano la pedofilia. Timeo, Platone e Plauto, insieme a tanti altri giudicano indegne le donne etrusche che vivevano libere mentre i saggi greci le rinchiudevano nel gineceo trattandole come schiave.

Sappiamo da fonti storiche ed archeologiche, che in Etruria si praticava la prostituzione sacra, la ierodulia, come da ogni parte del mondo nel matriarcato. Presso il tempio di Pyrgi le ierodule offrivano piacere ai pellegrini in cambio di moneta per il tempio. Il sesso non era peccato, ed era perfino sacro.
Poche raffigurazioni, come nel "Sarcofago degli sposi", dalla Banditaccia di Cerveteri, mostra tanta calma affettuosità tra due partner, sdraiati nello stesso triclinio, dove il marito tiene affettuosamente una mano sulla spalla della moglie. Dello stesso tono e stessa posa l'urna cineraria degli sposi nel Museo di Ceri.



IL SESSO TRA I GRECI

I Greci sapevano che alcuni preferiscono persone del loro sesso, altri quelle del sesso opposto, ed altri non hanno preferenze: come spiega Platone attraverso il mito dell'androgino.
Però anche chi aveva preferenze per il suo sesso era obbligato dalla società greca ad avere rapporti eterosessuali, anche solo matrimoniali.
In Grecia fare sesso con gli adolescenti era una pratica permessa dalle leggi, celebrata da arte e letteratura; ne dava l'esempio Giove i l re degli Dei, che innamoratosi di un fanciullo lo rapisce per adoperarlo a suo comodo sull'Olimpo. Però la cosa non era facile, diventavano oggetto di scherno i ragazzi che si concedevano troppo facilmente, o gli effeminati. Il rapporto tra uomini doveva esplicarsi tra un adulto, attivo e un adolescente, passivo. Faceva parte dell'educazione del fanciullo, possibilmente quando non avesse ancora il pelo pubico.

Secondo Fenocle Orfeo s'innamorò perdutamente del giovane Calais.

"O come il figlio di Oiagro, il tracio Orfeo
amava di cuore Calais figlio di Borea,
e spesso nei boschi ombrosi sedeva cantando
il suo amore, e il cuore non aveva pace,
ma sempre insonni pene nell'animo
lo tormentavano guardando il fiorente Calais.”





Il rapporto tra adulto e ragazzo era diverso dai rapporti con le donne, anzitutto aveva una valenza superiore, perchè era anche spirituale, dettato da Venere Urania, mentre l'amore per la donna era inferiore, una mera questione di sensi, dettato da Venere Pandemia.
L'amore e il corteggiamento del ragazzo poteva essere svolto ovunque, e il rifiuto era consentito, mentre per le donne il rifiuto non lo era, perchè costrette al matrimonio dai genitori e sottomessa poi totalmente ai desideri del marito.
Il rapporto col ragazzo da parte di un adulto diventava disdicevole per l'adolescente quando gli cresceva la barba. Del resto da adulto il greco era obbligato a sposarsi per dare figli alla patria, che gli piacessero o meno le donne. Queste ultime dovevano sposarsi assolutamente caste.

Il ruolo attivo del maschio veniva glorificato in quanto espressione di superiorità sul partner, o perchè più giovane, o perchè donna. Se con gli schiavi e con le donne non era un problema, i primi erano solo oggetti, e le donne dovevano sottomettersi, diventava un problema per l'adulto che doveva a sua volta diventare assolutamente attivo, quindi mai concedersi per denaro o favori pena il disprezzo e la preclusione ad ogni incarico pubblico.

C'è un antico aneddoto greco per cui Giove litigò con Giunone su chi, tra l’uomo e la donna, provasse più piacere. Giunone, infatti, riteneva fosse l’uomo, Giove la donna, per cui’ interpellarono il divinatore Tiresia che poteva ben sapere, visto che un giorno aveva colpito con un bastone due serpenti che si univano, separandoli, e questo l'aveva trasformato in donna. Sette anni dopo aveva colpito nuovamente i due serpenti, per cui era tornato uomo. Così interrogato da Giove e Giunone, rispose che a provare più piacere era la donna. A Giunone la risposta non piacque per cui lo accecò. Giove, per ricompensarlo del danno, gli concesse la previsione del futuro.
Cosa non va nel mito? Che è rimaneggiato. Il mito originario era che Giove chiese a Tiresia chi fosse più valido amante tra un uomo e una donna. Tiresia si prese il suo tempo, poi dette il responso: "Andiamo male, purtroppo dalle mie indagini ho scoperto che la donna è nove volte più potente dell'uomo nella capacità sessuale."

Giunone è il femminile addomesticato che non deve provare troppo piacere, altrimenti offusca la potenza sessuale del maschio., che non le perdona di poter provare piacere anche dopo un orgasmo, mentre il maschio deve aspettare del tempo per riprendersi. Questo perchè l'uomo ha fondato la superiorità sulla donna su un favoleggiato potere sessuale. Mentre nelle antiche icone della Grande Madre era la vulva a primeggiare e ad essere portata in processione, nei riti successivi e patriarcali è il fallo. La differenza è che la vulva è simbolo di fecondità della natura, mentre il fallo maschile è si fecondità ma pure dominazione che nega il femminile.
Non a caso nel mito riveduto e corretto di Athena, la Dea (Le eumenidi), nega addirittura la fecondità della donna: lei è solo la terra dove si posa il seme maschile, ma è lui ad essere l'unico realmente fecondo.

L'efebo di conseguenza doveva comportarsi un po' come una donna, in modo da non mettere ala prova la potenza sessuale del maschio adulto. Non doveva dunque concedersi per il suo piacere, ma solo per la stima che nutriva per l'adulto: un uomo virtuoso e degno di lode che lo amava meritava di essere ricompensato col favore sessuale.


Insomma ad Atene l'uomo spaziava in varie categorie di donne:
  • La moglie, per la creazione dei figli, promessa sposa fin da bambina, sposa a 14 anni, senza diritti nè partecipazione alla vita sociale maschile.
  • La concubina spesso straniera, per avere rapporti sessuali stabili, aveva i doveri della moglie ma non aveva protezione.
  • L'etera, colta, intelligente, accompagnatrice ideale nei banchetti tra uomini, ma andava bene perchè confinata al ruolo di prostituta di lusso, funzionante a pagamento e pure molto pagata, anche perchè durava fin tanto era giovane. Spesso accumulava ingenti ricchezze.
  • La prostituta che esercitava il mestiere nelle strade, schiava o plebea, comunque povera, che si dava per l'equivalente di una bottiglia di vino.

E Saffo?

“A me pare uguale agli Dei
A me pare uguale agli Dei
chi a te vicino così dolce
suono ascolta mentre tu parli
e ridi amorosamente. Subito a me
il cuore si agita nel petto
solo che appena ti veda, e la voce
si perde sulla lingua inerte.
Un fuoco sottile affiora rapido alla pelle,
e ho buio negli occhi e il rombo
del sangue alle orecchie.
E tutta in sudore e tremante
come erba patita scoloro:
e morte non pare lontana
a me rapita di mente.”


Lesbicismo esplicito, ma Saffo (fra l'altro bisessuale) è del VI-V sec. a.c., quando le donne greche erano ancora rispettate e potevano essere educate sin da fanciulle alla poesia e alla musica, come faceva Saffo, insomma prima che togliessero loro tutti i diritti relegandole a ruolo di schiave nei ginecei, senza istruzione e senza contatti, tante volte dovessero svegliarsi.
Non tutti i Greci la pensavano così: Platone affermava che molte donne avrebbero dovuto essere istruite come gli uomini e considerate alla pari. Ma era vero? Perchè nel simposio si dichiara che l'amore puro è solo quello rivolto agli efebi.

Ai tempi di Pindaro c’era ancora il rispetto della natura, della donna, dell'etera che incarna Afrodite tra gli uomini:
"Voi fanciulle ospitali, ancelle di Peito di Corinto Opulenta, che accendete per lei le bionde lacrime d’incenso, sovente memori della Madre degli Dei d’amore, della Celeste Afrodite! Ella fa si che innocenti doniate sui grati cuscini il frutto della vostra tenera giovinezza. Che sempre è buono ciò che vuol necessità. "
Il patriarcato abolirà la prostituzione sacra ma alimenterà la profana, disprezzandola perchè si concede a pagamento, mentre il maschio che paga manterrà il suo onore. Ed è rimasto così a tutt'oggi.



IL SESSO TRA GLI SPARTANI

Totale mancanza di regole sul comportamento femminile fino al matrimonio. Le donne spartane erano libere di dedicarsi al canto, alla danza e agli esercizi ginnici, per dare figli robusti alla patria. Inoltre erano libere perché ai lavori domestici ci pensavano le schiave e ai bambini provvedevano le nutrici. Potevano avere qualsiasi rapporto prima del matrimonio ma dovevano rimanere poi fedeli al marito.
Aristotele, da ateniese misogino, ne è molto scandalizzato:
"L'assenza di regole sul comportamento femminile è dannosa allo spirito della costituzione e alla felicità della città. Così come l' uomo e la donna sono parti essenziali della casa, essi sono le due anime della polis. Di conseguenza, in tutte le costituzioni dove la condizione delle donne non è ben definita, metà della polis deve essere considerata senza legge. Questo è accaduto a Sparta, e così le donne vivono nella sregolatezza totale e nella mollezza."



IL SESSO TRA I ROMANI

I Romani risentirono di vari costumi delle civiltà limitrofe con cui si erano fusi: Etruschi, Sabini e Greci. Mentre Etruschi e Sabini rispettavano le donne che erano libere di concedersi, i Greci temevano moltissimo della libertà di queste, essendo, a seguito della dominazione dorica, e poi ellenica, divenuti patriarcali e dominatori di donne e bambini. I Romani perciò furono una via di mezzo, patriarcali ma non del tutto, finchè l'intelligenza di Ottaviano non le liberò quasi del tutto, sessualità compresa.

A Roma le leggi proteggevano dalla sessualità il minorenne che non fosse schiavo, come ad esempio la Lex Scantinia (o Scatinia) romana. A Roma, i bambini liberi circolavano con un apposito amuleto al collo, la bulla, che segnalava la loro condizione sociale. Esistevano infine leggi che proibivano il travestimento con i vestiti dell'altro sesso, con eccezione per il carnevale o le feste.

Comunque nel privato esisteva una grande libertà sessuale. Basta guardare Pompei dove le raffigurazioni di amplessi sessuali non adornavano solo i postriboli ma anche le camere da letto delle famiglie. La prostituzione era molto diffusa e tollerata. A Roma si contavano ben 32000 prostitute, tra schiave e donne libere della plebe, le postribulae, schedate in appositi registri.
Il 23 Aprile e il 25 ottobre si celebravano per loro due feste con processione sacra delle suddette al tempio di Venere Ericina. Le prostitute erano si usate ma non disprezzate come oggi. L'imperatore Domiziano giunse pure, per accattivarsi il favore del popolo, a garantire per i maschi romani un certo numero di entrate gratis nei postriboli.


Gli spettacoli erotici

Vi sono testimonianze di spettacoli erotici eseguiti in alcuni locali, di cui ci è rimasto il disegno, essendo purtroppo l’originale andato perduto. Si trattava di un esercizio acrobatico porno, la cui raffigurazione proviene da un termopolio di Pompei, posto all’angolo tra la via e il vicolo di Mercurio: l'immagine di due funamboli, evidentemente l’attrazione principale del locale, che dovevano procedere con i piedi lungo due barre di ferro tesi tra due tavolini.
La donna, nuda se non per una fascia che le sorreggeva il seno scoperto, aveva il compito, camminando prona, di raggiungere il tavolino su cui stavano un’anfora di vino e due boccali.

Dietro di lei un uomo, in veste discinta, che la spingeva penetrandola analmente stando in piedi. Il successo dell’impresa stava nel fatto che la donna riuscisse a versare il vino ed offrirne all’uomo e poi a bere lei stessa, il tutto mantenendo il precario equilibrio e facendosi penetrare contemporaneamente. I biglietti di tale prodezza dovevano costare non poco.



VENUS PHYSICA

A Pompei, di per sè già dedicata a Venere, c'era il culto di Venus Physica, uno degli aspetti più terreni della Dea, riferiti al piacere sessuale e all’accoppiamento. Naturalmente nella letteratura questo epiteto non compare; per i Greci si può parlare di una Afrodite Pandemia, ma meno corporea di quella Pompeiana, che si rinviene solo nelle iscrizioni murali trovate a Pompei e salvaguardate dall’eruzione vesuviana.

Queste iscrizioni sono collazionate nel Corpus Inscriptionum Latinarum, e pertantoi inconfutabili. Eccone una: "Salute a te, o… nostra. Ininterrottamente ti prego, o mia signora; per Venere Fisica t’imploro di non respingermi… " In un’altra si fa apporre alla stessa Dea la propria firma in calce a dei versi in cui si sottolineano i pericoli di amare ragazze dalla carnagione scura, perché troppo passionali: “scripsit Venus physica Pompeiana”.



LA MISOGINIA

Romani e Greci si somigliarono per certa misoginia, per timore che nella competizione i maschi potessero perdere punti:
  • Giovenale ama la donna semplice, odia "quella che si rifà di continuo al Metodo di Palemone, senza sbagliare mai una regola di lingua e, ostentando le sue anticherie, cita versi a lui (Giovenale) sconosciuti…" altrimenti lui che figura ci fa?
  • "Abbiamo le etère per il piacere," dice il saggio Demostene (Contro Neera, 122) "le concubine per le cure quotidiane, le mogli perché ci diano figli legittimi e sorveglino fedelmente il nostro patrimonio." Questo è il concetto greco della donna, o sesso o utilità, di sentimenti non se ne parla, se non per i giovinetti.
  • Nel mito di Pandora narrato da Esiodo (Teogonia, 590 e seg.): "Da lei viene la stirpe funesta delle donne che abitano fra gli uomini, grande malanno per i mortali."
  • Erodoto (Libro I) ha una certa ammirazione per i Persiani: “Prima dei cinque anni il bambino non si presenta mai al cospetto del padre ma vive assieme alle donne. Fanno questo perché, se il bambino muore nel periodo dell'allevamento, il padre non ne debba soffrire...” che sensibilità e “Quando vengono a sapere di qualche usanza piacevole, da qualunque parte provenga, subito la adottano: per esempio hanno imparato dai Greci a praticare l'amore con gli adolescenti...
  • Per Giovenale “Le lacrime delle donne sono solo sudore degli occhi....” e poi “Una moglie perfetta, bella, elegante, ricca, feconda, di buona famiglia e di ottima moralità, ammesso che esista, sarebbe insopportabile per chiunque. Quale nobiltà, quale bellezza, quale virtù valgono tanto da sentirsele rinfacciate di continuo?”
  • Plauto ama l'umorismo, magari un po' pesantuccio “Pensa a quanto è saggio un topolino, non affida mai la sua vita ad un solo buco....
  • Aristofane “Non c'è nulla al mondo peggio delle donne impudiche, tranne forse le donne.”
  • Esiodo “La donna, una ladra di cibo.
  • Sempre per Erodoto “Il silenzio dà alle donne la grazia che loro si addice.

Neanche Giove il grande inseminatore ama le donne, lo confessa nell'Iliade, lui stupra e seduce per noia:

Iliade (XIV), parla Giove:
"Ché non mai tanto l'animo mi vinse
e non mai tanto il cuor mi empì l'amore
di una donna mortale o di una Dea:
non quando amor mi vinse della sposa
d'Issìone, onde nacque Piritòo
per senno ai Numi simile; non quando
di Danae, d'Acrisio la figliuola
dal pié leggiadro, da cui Pèrseo nacque
che fu di tutti gli uomini il più chiaro;
non quando della figlia di Fenice
tanto famosa, che alla luce diede
Minosse e il deiforme Radamanto;
non quando, in Tebe, di Semèle e Alcmèna
(e il magnanimo figlio Eracle questa
mi partorì, Diòniso letizia
del mondo quella generò); non quando
della regina dalle belle chiome
Demètra, o di Latona gloriosa."



LA BISESSUALITA'

Essere bisessuali non era un gran problema per i Romani. Catullo non esitava a dichiarare il suo grande amore per Lesbia e le sue aspirazioni omosessuali, Cicerone era molto preso dal suo servo e Adriano, per quanto sposato, amava i giovinetti, ma i limiti degli amori omosessuali erano quelli dei greci: l'uomo deve essere attivo e il partner passivo. Ed ecco Tibullo che si lamenta del malcostume, non dell’abuso dei fanciulli, bensì che vi sia l’orribile usanza di pagarli, gli dice male perchè lui è povero: (44)

“Purtroppo questi nostri tempi sono duri
Per chi è poeta e povero; ormai
I teneri fanciulli hanno imparato
A volere regali. Ah, maledetto,
Maledetto colui che per primo insegnò
Che l’amor si può vendere: ovunque sia
La sua pietra tombale lo schiacci con dolore!”

Il grande Cesare fece eccezione, perchè era stato amante del re di Bitinia, di certo non proprio passivo, e per questo fu schernito, dichiarato da Cicerone "il marito di tutte le donne e la donna di tutti i mariti" solo che Cesare non se ne curava, e si rapportava con uguale passione con maschi e femmine. Il bello era che piaceva alle donne e nei trionfi i suoi soldati cantavano: "Mariti, chiudete in casa le vostre donne perchè arriva il calvo!"

Accusato in senato di "essere una donna" e pertanto non in grado di guidare un esercito, non si offese, e ridendo rispose che tanto Semirade quanto le Amazzoni erano donne, eppure avevano dominato l'oriente e l'Asia. Ma Cesare era Cesare e i Romani temevano molto di essere tacciati di sessualità non conforme.
Era onta per un maschio essere penetrato o ricevere la fellatio da una persona di classe sociale inferiore. Il sesso orale non era ben visto, mentre era considerato normale il sesso anale. Si diceva che chi lo praticava aveva alito pesante ed era spesso un ospite sgradito a tavola.
Le famose orge dei Romani furono però propaganda cristiana, i Romani non facevano orge, o almeno non sessuali. Le orge dionisiache non prevedevano sesso, semmai ebbrezza con l'aiuto di erbe o vino.

Come sostiene il prof. Alastair Blanshard, della Scuola di ricerche filosofiche e storiche dell'università di Sydney, le orge degli antichi romani sono un mito, inventato da ricostruzioni ad arte dal cristianesimo. Nonostante la diffusa esposizione di genitali e l'ubiquità del fallo nel materiale archeologico, gli incontri sessuali a Roma erano affari privati.
Già l'idea che alcune divinità potessero essere sacre proprio per la loro sessualità stride molto con la morale odierna. La Venere callipigia (dal bel sedere) in una splendida statua controlla candidamente la bellezza delle sue natiche. Giove, come Apollo, Nettuno, Pan, Mercurio e altri Dei seducono e più spesso stuprano Dee, ninfe e donne mortali. La nudità delle statue, sia greche che romane, non è mai volgare ma espressione di bellezza.

Lucrezio - Inno a Venere - (De rerum natura 1-49) (36)
"Madre di Eneadi, piacere di uomini e dei,
Venere vivificante, che sotto le mobili costellazioni celesti
ravvivi il mare portatore di navi, la terra che reca le messi,
poiché grazie a te ogni genere di esseri animati
è concepito e vede la luce del sole:
te, Dea, fuggono i venti e le nuvole del cielo,
per te la terra industriosa fa crescere fiori soavi,
per te sorridono le distese marine, e,
rasserenato, brilla di luce il cielo.
Infatti, non appena la bellezza della primavera si svela,
ed il soffio di Zeffiro prende forza,
per prima cosa gli uccelli del cielo annunciano te e il tuo arrivo,
o Dea, colpiti in cuore dalla tua potenza.
Quindi le bestie feroci balzano per i pascoli rigogliosi
e attraversano i fiumi vorticosi: così prese dal fascino,
ti seguono desiderose ovunque tu voglia condurle.
Infine per mari e monti e fiumi impetuosi
e frondose dimore di uccelli e campi verdeggianti,
ispirando a tutti nel cuore un soave amore,
fai sì che con desiderio perpetuino le stirpi.
Tu puoi bastare da sola a reggere il mondo,
e solo per le tue grazie a noi è dato ammirare
tutto quello che esiste di dolce ed amabile."


Pompei ne è l'esempio più esplicito. Le immagini nei postriboli mostrano il tipo di sessualità che si poteva richiedere in quella stanza con quella prostituta. Prego attenersi alle istruzioni. Ma non c'è morbosità nè volgarità, le pose sono naturali, mai pornografiche ma piuttosto indicative e rilassate.



LA LIBERALIZZAZIONE DELLA DONNA

Del resto in epoca imperiale la donna assunse molti diritti, poteva sposarsi senza la tutela maritale, ereditare, testimoniare in tribunale, avere la dote e divorziare. Il sesso, considerato un bisogno naturale, portava a giustificare i rapporti extramatrimoniali, sempre con più facilità per l'uomo che per la donna.
Importante era il mutuo consenso, severamente punito lo stupro. Le infedeltà delle mogli non vennero più represse con troppa severità e le separazioni divennero più facili. Erano permessi ad esempio se il marito restava troppo a lungo in guerra e in un secondo tempo anche soltanto se veniva chiamato in servizio. La moglie poteva essere ceduta per contratto dal marito ad un amico, legalizzando magari un adulterio già da tempo esistente.

Lettera della moglie di un avvocato reo di insolvenza maritale (II, 3).
(Glicera a Filinna):

"Cara Filinna,
il mio matrimonio con il sapiente avvocato Strepsiade non si è rivelato felice. Questi, infatti, ogni volta che giunge l’ora di andare a letto, finge di esaminare cause nel cuore della notte, e fa vista d’occuparsi, a quell’ora, dei procedimenti che ha istruito, e recitando la commedia muove le labbra e, io credo, bisbiglia non so cosa fra sé e sé.
Perché ha sposato una giovane, per di più nel fiore degli anni, se non sente il bisogno di una donna, se, insomma, non ha voglia di scopare, se il suo c.... non sente quel pizzicore che va spento fra il pelo della f...? Forse per rendermi partecipe delle sue cause, e farmi trascorrere la notte ad esaminare leggi?
Ma se lui trasforma la nostra stanza da letto in un’aula di tribunale, io, giovane sposina come sono, d’ora in poi me ne starò in disparte, e dormirò sola; e almeno farò l’amore con me stessa, mi darò piacere con la mia mano, muovendola dolcemente, sfiorando e stirando e titillando con le mie tenere dita le mie labbra intime e segrete, e gemendo sommessamente nel vasto silenzio del gineceo immerso nelle tenebre.
E se lui continua ad occuparsi delle faccende altrui, trascurando soltanto i nostri “affari” sotto le lenzuola, sarà un altro avvocato… che perorerà la mia causa. E’ chiaro ciò che voglio dire? Perfettamente, ne sono certa, poiché tu, da questi brevi accenni, puoi intuire ciò che segue.
Riflettici bene, mia cara amica, che, da donna, puoi essere partecipe del disagio di un’altra donna, insoddisfatta, inappagata e piena di voglie represse (anche se ho ritegno a parlare apertamente di tutti i miei bisogni sessuali di donna), e cerca di alleviare, per quanto ti è possibile, la mia sofferenza.
Tu che sei stata gradita mediatrice, e per di più sei mia cugina, non devi solo occuparti del matrimonio al suo inizio, ma anche cercare di …….. “raddrizzarlo”, di fargli tornare duro e forte quel moscio c....tto addormentato, ora che sta vacillando. Io infatti tengo il toro per le corna, cerco di soffocare il mio desiderio, la mia voglia di c...., toccandomi da sola; ma non è possibile trattenerlo a lungo, esploderà come la pipì dopo averla tenuta fino l limite; e c’è il rischio che si scateni; e lui, mio marito, l’addormentato, noioso e cavilloso com’è, sarebbe capace di accusarmi anche se sono innocente!"


«Il trace Celado fa sospirare le ragazze », leggiamo nella caserma dei gladiatori di Pompei, dove un altro graffito informa «Crescente (un altro gladiatore) è il medico notturno delle ragazze».
I "Carmina Priapea", gioiosa celebrazione di Priapo, il Dio del fallo, assume una connotazione comica. E altrettanto graffiti e iscrizioni di palestre, taverne, più goliardiche che oscene.

Tibullo Libro I
"O bionda Cerere, ti sia consacrata una corona di spighe dalla nostra
campagna, che penda davanti alle porte di un tempio,
e nei frutteti sia posto un Priapo, rosso custode,
perché spaventi gli uccelli con la sua crudele falce."

A quale falce allude Tibullo?

Il banchetto dell'etera Limone e il giovane Filoplatano:
(Filoplatano ad Antocome)

"Ho banchettato piacevolmente insieme a Limona in un giardino di delizie, consono alla bellezza della mia adorata. Vi erano un platano dall’ampio fogliame ed ombroso, una brezza leggera, e un tenero prato, coperto di fiori, e molti alberi carichi di frutti, peri e melograni e meli dagli splendidi pomi: qualcuno avrebbe potuto dire che era quella la dimora delle ninfe autunnali, che lì, protette dall’ombra, si baciavano e si accarezzavano, godendo in silenzio dei tocchi e dei titillamenti furtivi e segreti delle labbra e delle dita.
C’erano alberi con rami gremiti di fiori, di frutti, da rendere colmo di profumi l’adorabile luogo. E strinsi tra le dita una tenera foglia ed inspirai profondamente il suo aroma, intenso e dolcissimo come quello del fiore segreto della mia donna.
E vi erano viti ampie ed alte, attorte ai cipressi, tanto che dovevamo rovesciare il capo all’indietro per vedere i grappoli sospesi, alcuni rigonfi, altri maturi, altri acerbi, altri sembravano germogli. Per arrivare a quelli maturi ci si arrampicava, ci si aggrappava alla pianta con la mano sinistra e con la destra raccoglieva i grappoli.
Una graziosissima fonte faceva scorrere ai piedi del platano acqua fresca, come si poteva sentire immergendovi il piede, e tanto limpida che, mentre nuotavamo, amorosamente abbracciati l’uno all’altro, nell’acqua cristallina si vedevano distintamente le nostre membra senza veli.
Spesso i miei sensi sono stati tratti in inganno dalla somiglianza dei pomi con i seni della mia donna. Infatti ho afferrato con la mano una mela credendo fosse il turgido seno dell’amata. La fonte era bella ma sembrava più splendida, per il profumo delle foglie e la bellezza di Limona, che, sebbene il suo viso sia incredibilmente bello, quando si spoglia e si offre nuda, sciogliendo al collo il nodo del peplo e facendolo scivolare lentamente fino ai piedi, per la meraviglia dei suoi glutei e dei suoi seni, delle sue cosce e delle sue intimità, sembra non avere volto.
C’era, dunque, una bella fonte, e il mite soffio dello zefiro, mescolandosi al profumo degli alberi, rivaleggiava con gli unguenti della dolcissima Limona. Effimero il prevalere dell’unguento, poiché lo sopravanzava il profumo naturale, sensuale selvaggio irresistibile, di Limona.
E lo spirare del vento accompagnava il melodioso concerto delle cicale. Anche gli usignoli, volando sulle onde, cantavano dolcemente. Ascoltavamo anche altri uccelli dal dolce canto, che sembravano conversare melodiosamente con gli uomini. Uno si posava sulle pietre, un altro si bagnava le piume, un altro si puliva, un altro si alzava dall’acqua, un altro volava verso la terra per cercarvi cibo. Noi parlavamo di loro, a voce bassa, per non spaventarli e non privarci della loro vista.
Così abbiamo trascorso il tempo tra Dioniso ed Afrodite, facendo l’amore, abbracciandoci e leccandoci, fra una coppa e l’altra, nell’ebbrezza del vino e degli orgasmi che si susseguivano.
E Limona, coronata di fiori, trasformò i suoi capelli lunghi e profumati in un prato. Bella è la corona, del tutto naturale al capo delle donne che vivono la primavera della vita, e rendere, con il colore delle rose, ancor più vivo il rosa delle carni, finché le donne sentono fra le cosce i caldi e urgenti pruriti della giovinezza.
Rose fra i capelli, e la rosa, il fiore più dolce di tutti, fra le gambe, fremente di vita e di piacere, umido, aperto, pronto ad accogliere e ad inghiottire la virilità dell’amato."



Catullo:

"Dobbiamo mia Lesbia vivere, amare,
le proteste dei vecchi tanto austeri
tutte, dobbiamo valutarle nulla.
Il sole può calare e ritornare,
per noi quando la breve luce cade
resta una eterna notte da dormire.
Baciami mille volte e ancora cento
poi nuovamente mille e ancora cento,
e dopo ancora mille e ancora cento,
e poi confonderemo le migliaia
tutte insieme per non saperle mai,
perché nessun maligno porti male
sapendo quanti sono i nostri baci"

Ma poi deluso Catullo si lamenta con l'amico:
"Celio, la mia Lesbia, quella Lesbia che Catullo ha amato più di se stesso e di tutti i suoi, adesso nei trivi e negli angiporti sfianca le reni della gioventù romana."

Ma la campana di Clodia Metella, (sec. I a.c.) vedova di Q.Metello Celere, amata da Catullo col nome di Lesbia, e descritta dall'oratoria ciceroniana come una "solletica falli" orgiastica, è un'altra:

"Ero sposa fedele oltre che bella ed ebbi ad incontrare te, un poeta… Godiamoci la vita, dicesti prima di partire lasciandomi per trastullo un passerotto a beccarci l’un l’altra per rancore Mesi e mesi nell’attesa, a leggere di baci a mille a mille, senza che l’ansia si placasse in un crescendo di vaga tenerezza Del tuo delirio amoroso, a quanto seppi, erano i tuoi amici a farne uso Io ero presa, ammetto, dai tuoi versi… bellissima tutta fra tutte… ma celiavo: vanesio e capriccioso, eterno fanciullino… se non t’amavo saresti morto di sicuro ….spudorato! A primavera fiorirono schermaglie cui seguirono insulti senza fine L’inverno accumulò dubbi e fantasie di amori e odi e di passione gettata al vento della gelosia… d’una inquietudine che non sapevi dominare per questo e quello con cui andavi a banchettare a ciondolare per il Foro… efebi a reggerti il filo delle trame di stupidi giochini e sconce dicerie: Amavi Lesbia, ma anche Cinna e Calvo! Or vai dicendo a tutti che è per colpa mia che è finito l’amore di un tempo Io mi fingevo devozione fuor dal talamo, valore raro per un vero uomo… Cosa mi dici di Veranio e di Fabullo? Son’io il fiore caduto al margine di un prato strappato per vane fregole di gloria tenuto stretto in una mano mentre con l’altra accarezzavi un fallo Ricamai sul filo dei tuoi versi un fazzoletto, e anche quello seppi ti sottrasse un morettino, tra una sveltina dentro un lupanare una meretrice ed un boccal di vino Negasti, come sempre, ed io m’illusi che a Sirmione nel tuo letto sospirato stavi, ritornato da un viaggio con il tuo pretore impegnato a scordar gli affanni a rimare promesse di eterna fedeltà Ti tradì il sarcasmo piazzato in un falecio: a me preferivi Ipsililla tra le puttanelle… ma non m’arresi e feci voto a Venere e a Cupido se a me fossi ritornato…tu, il peggior poeta, come dicevi….e simile a un Dio ridevi al mio sorriso, nell’ozio, nell’estasi più pura per qualche giorno, un mese al più Da Formia a Verona, vado e torno… e restavi là, dicevano, con ogni sorta di fanciulli mentre io a Roma avevo perso il senno dopo aver perduto anche il mio Metello Tornasti infervorato e, vinta la scommessa… per un rogo di carte quanto chiasso! Gli dei celesti risero di gusto…urlavi: - Annali di Volusio, cartacce di merda! -
(Gli annali di Volusio erano i poeti nuovi alessandrini, i rivali di Catullo)

Il linguaggio spinto non dispiace ai Romani se ben messo nei versi. oggi non si censura perchè Catullo è un'icona, ma sotto sotto scandalizza parecchi. Ed ecco Catullo:

"Vi servirò nelle porzioni preferite,
Aurelio e Furio, culo e bocca, begli invertiti..."

"Clienti allupati alla taverna del vizio,
a nove colonne dal tempio dei Dioscuri,
vi arrogate l'esclusiva a tutto il Cazzo,
con licenza di chiavata a ogni donzella,
con gli altri pronti a far corona come becchi?
Dubitate che sia buono d'incularvi, cento
e duecento in una volta, lì seduti,
di seguito ed in fila come allocchi?"



LA DECADENZA

Nel tardo impero romano la cosa peggiorò, dichiarando reato l'omosessualità, detto stuprum. Da quel momento, e a tutt'oggi, la chiesa cattolica ha perseguitato gli omosessuali e il sesso in generale, considerato inevitabile solo nel caso della procreazione, possibilmente non provandoci troppo gusto.
Riguardo alla donna, le ha totalmente vietato il ruolo di sacerdotessa, relegandola a un ruolo minore lontano dalla gente, in cui può pregare, lavorare gratis (al contrario dei preti non sono stipendiate) e sottostare ai ministri maschi del culto.
Tutto ciò che era fantasia, mistero, magia, l'ha già eliminato ponendo le "streghe" sui roghi. Tutti i templi pagani sono stati distrutti o vi sono stati riedificati templi cristiani. Il paganesimo, coi suoi ricchi miti e i suoi miracoli, diventò opera del diavolo.




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