PEDERASTIA TRA I ROMANI


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IL BACIO DI PHILETOR AL KLEINOS

PEDERASTIA CRETESE

Strabone ce ne parla riportando gli scritti di Eforo di Cuma, per cui questa usanza si sviluppò all'epoca della civiltà minoica (1700 - 1450 a.c.), nel "rituale del rapimento" di un ragazzo aristocratico da parte di un maschio adulto dell'aristocrazia guerriera, con il consenso del padre del ragazzo.

Il pederasta (philetor), conduceva l'adolescente (kleinos) in luoghi desertici o montuosi fuori dai centri abitati, dove trascorrevano insieme diversi mesi andando a caccia e "dormendo" assieme. Se il giovinetto, al termine del periodo di convivenza, si dimostrava soddisfatto di come l'adulto lo aveva trattato, cambiava il suo titolo da "kleinos" a "parastates". In seguito, divenuto "colui che combatte in battaglia accanto all'amante" poteva vivere pubblicamente il proprio rapporto erotico amoroso.

Si dice che la funzione sociale di questo costume servisse a riconoscere gli uomini migliori per il buon funzionamento della società. L'età in cui i ragazzi entravano in tali rapporti è la stessa delle ragazze greche concesse in matrimonio, i cui mariti erano molto spesso uomini assai più anziani. I ragazzi però, a differenza di quanto accadeva per le donne, di solito dovevano essere corteggiati ed erano liberi di scegliere il compagno.

Invece i contratti matrimoniali delle ragazze venivano organizzati nella stragrande maggioranza di casi per ottenere un vantaggio economico o politico a favore delle relative famiglie, a completa discrezione del padre della sposa e del futuro marito.

Aristotele afferma che fu il re Minosse a stabilire che la pederastia venisse utilizzata come mezzo di controllo della popolazione, ritardando l'età media del matrimonio per gli uomini fino ai trent'anni. Il filosofo afferma, nel II° libro della sua Politica che gli uomini "hanno segregato le donne ed istituito rapporti sessuali tra maschi di modo che non vi fosse mai il pericolo d'una eccessiva sovrappopolazione" la quale sarebbe stata rischiosa per l'intera società minoica costretta in una così limitata porzione di territorio.

Ci sono tuttavia situazioni che non quadrano: la religione minoica era incentrata su divinità femminili, con officianti femminili. Nel palazzo di Cnosso la stanza della regina è sontuosa forse più della stanza del re. 
Le statue delle sacerdotesse o delle Dee nella cultura minoica non danno affatto l'idea di segregazione, le donne hanno anzi i seni di fuori coi capezzoli evidenziati col rossetto. Negli affreschi poi uomini e donne partecipano agli stessi esercizi ginnici come la taurokathapsia (acrobazie sopra i tori), per questo molti archeologi hanno creduto che l'uomo e la donna avessero lo stesso status sociale. E così doveva essere.
L'eredità si è supposto fosse matrilineare. Gli affreschi includono molte figure umane, con il genere distinto per mezzo del colore: la pelle degli uomini rossiccia scura, mentre le donne bianca, esattamente come negli etruschi, però maschi e femmine hanno pettinature simili.
I Cretesi, uomini e donne, tenevano i capelli molto lunghi e ondulati. Gli uomini portavano gonnellini di lana o di lino e li fermavano con una cintura, come gli etruschi. Ai piedi indossavano sandali o stivaletti fatti di pelle di camoscio. Le donne si vestivano con delle gonne balze e corsetti molto scollati, si truccavano gli occhi e le labbra e portavano gioielli molto eleganti.La segregazione greca delle donne comportò velo in testa e veste lunga fino ai piedi.
Si presuppone pertanto che i periodi della pederastia e della segregazione delle donne siano di molto successivi, nulla di ciò che si vede a Creta nel periodo minoico parla di sottomissione della donna.

Strabone:
« l'usanza peculiare cretese nei riguardi delle storie d'amore è di non vincolare l'oggetto d'amore a sé con la costrizione, bensì con la persuasione attraverso un rapimento rituale. Qualche giorno prima l'amante va ad informare la famiglia del ragazzo che questi sarà presto rapito... la cosa più indecorosa per un giovane è difatti quella di essere indegno d'acquisire un amante. »

Secondo alcuni studi recenti di William Percy vi è la probabilità che l'usanza possa essere stata adottata molto tempo dopo (all'incirca verso il 630 a.c.) anche dai Dori, diffondendosi così da Creta verso la polis dorica Sparta ed in seguito nell'intera Grecia antica. Questa è la conseguenza dell'invasione ariana, dove decade la donna, il sacerdozio femminile, il vaticinio femminile e il rispetto per la natura, per diventare sopraffazione, prigionia della donna, pederastia e pedofilia.

Strabone:
« È vergognoso per coloro che sono di bell'aspetto o discendenti di antenati illustri di non riuscire ad ottenere un amante... mentre ai parastathentes (coloro che stanno a fianco dell'amante in battaglia) vanno tutti gli onori. »
Strabone indica poi anche che è proprio la decisa mascolinità del ragazzo a conquistare l'amante:
« I giovani più desiderabili, in base alle convinzioni cretesi, non sono quelli eccezionalmente belli, bensì quelli che si distinguono per il coraggio virile e il comportamento ordinato e compunto. »

Quindi i due andavano a vivere in luoghi appartati fino ai limiti del deserto e ad un certo punto, durante il periodo iniziale del corteggiamento, facevano offerta d'una tavoletta votiva e di un sacrificio animale al santuario congiuntamente in onore di Hermes ed Afrodite che sorgeva sul Monte Ditte.

Al loro ritorno l'amante cominciava a fare al ragazzo dei costosi regali, tra cui un abito militare, un bue da sacrificare a Zeus ed una coppa, simbolo di realizzazione spirituale.
 A questo punto, secondo Strabone, il giovane può scegliere se continuare o troncare la relazione
« Il giovane sacrifica il bue ricevuto dall'amante a Zeus e dà una festa. Dichiara poi, per quanto riguarda il suo rapporto con l'amante, che la relazione ha avuto luogo col proprio consenso; se così non fosse, o fosse stata usata violenza contro di lui durante il sequestro, può ristabilire il suo onore e troncare la relazione. Le convenzioni vigenti a Creta incoraggiavano quest'ordine. »
Un commento tardo proveniente dallo storico romano Cornelio Nepote il quale sostiene che i giovani cretesi potessero benissimo avere anche più di un amante: "i giovani a Creta venivano lodati per l'aver ottenuto più amanti che potevano". Insomma una specie di etèra-maschio, ma le donne le tenevano sotto chiave.

NOBILDONNE O REGINE MINOICHE

PEDERASTIA GRECA

« Un amante è il miglior amico che un ragazzo potrà mai avere. »
(Platone, Fedro)

La pederastia era in Grecia una relazione idealizzata e contemporaneamente codificata fra un maschio adulto; detto erastes-amante ed un ragazzo adolescente chiamato eromenos-amato, solitamente nella prima adolescenza.

Alcuni studiosi pensano derivi dal rito di iniziazione della pederastia cretese, quella vigente all'interno della strutturazione sociale della civiltà minoica e dove era associata con l'ingresso nella vita militare.
La "paiderastia" in Grecia venne altamente idealizzata, seppure anche criticata nella letteratura greca e della filosofia greca. Non sembra abbia invece avuto esistenza formale durante la civiltà micenea, almeno sulla base dei poemi di Omero, che fa solo accenni fugaci alla stretta  tra Achille e  Patroclo nell'Iliade e Telemaco che viene invitato a dormire sullo stesso letto con Pisistrato, il figlio del re di Pilo Nestore (nonché l'unico non ancora sposato); cosa che accade per ben due volte, all'inizio dell'Odissea.

La pederastia non veniva praticata allo stesso modo in tutta la Grecia,perchè in alcune regioni, come nella Beozia, i due potevano convivere come una coppia. Ad Atene invece, il giovane era convinto con vari doni a mantenere un relazione, nella Ionia questi rapporti erano quasi vietati.

A Sparta sembra si praticasse la pederastia quasi sempre in modo casto. L'erastes comunque diveniva sempre una sorta di mentore e amico o protettore del ragazzo.

Senofonte tuttavia nella sua Costituzione di Sparta specifica chiaramente che le abitudini e consuetudini spartane rendevano del tutto inadatta la vera e propria "pederastia fisica": un uomo poteva pertanto liberamente puntare a cercare un'amicizia idealizzata con un ragazzo, ma un autentico rapporto sessuale assieme a lui sarebbe stato considerato "un abominio" equivalente all'incesto.

Socrate, o almeno come si riflette il personaggio socratico negli scritti del discepolo Platone, sembra essere stato a favore della relazione pederastica casta, il giusto equilibrio tra desiderio e autocontrollo.

Tuttavia, ciò non sembra avergli impedito la frequentazione dei bordelli in cui i ragazzi praticavano la prostituzione maschile, dove ha acquistato, per liberarlo dalla condizione di schiavitù in cui era costretto, il suo futuro amico e allievo Fedone di Elide, quindi descrivere la propria eccitazione sessuale quando intravedere il bel corpo nudo di Cármide sotto la tunica aperta.

Platone svaluta fino a condannare i rapporti sessuali con i ragazzi amati, valorizzano invece l'autodisciplina dell'amante che si è astenuto dal consumare il rapporto. Per la stragrande maggioranza degli storici antichi comunque, se un uomo non avesse avuto un ragazzo come amante, ciò veniva indicato come essere un difetto o una mancanza di carattere.

Nell'antica Grecia s'ipotizza che il costume della pederastia possa essersi sviluppato nel tardo VII secolo a.c. con molte implicazioni amorose e pure romantiche, addirittura nel Sinposio di Platone viene descritto come l'amore più puro e superiore, rimandando a Venere Pandemia (terrena) l'amore eterosessuale, e a Venere Urania (celeste) quello pederastico.

Oggi un tale comportamento ricadrebbe nel diritto penale, ma l'antico diritto penale ateniese, che riconosceva il diritto consenso (in opposizione alla violenza sessuale), non specificava quale fosse l'età del consenso, nè si parla di punizione del violentatore aldilà del risarcimento pecuniario.



I RUOLI SESSUALI

Il fatto è che i comportamenti sessuali non erano classificati sulla base della diversità sessuale o dell'identità di genere dei partner, bensì in base al ruolo attivo e passivo nel sesso secondo la condizione sociale delle persone coinvolte.

KOUROS (530 A.C.)
Sulla base del libro del filologo Kenneth Dover "L'omosessualità nella Grecia antica" nel 1978 i due termini erastes ed eromenos (dal verbo "erò, eràn" = amare, da cui pure il Dio Eros). sono divenuti per definizione i due ruoli della relazione pederastica.

Sia la ceramica che la letteratura greca mostrano che l'eromenos doveva avere dai tredici ai vent'anni, e diviene incarnazione della giovinezza idealizzata.

Il kouros è la prima raffigurazione nella scultura greca del corpo maschile nudo in posizione eretta e immobile. Come si nota nell'immagine è la gamba sinistra a sopravanzare la destra, segno che la destrizzazione di mano e gamba non è ancora avvenuta.

Un tempo la mano preminente era la sinistra e non la destra (segno che l'encefalo più usato era il destro, mentre oggi è il sinistro che incrociando gli assoni neuronali si rapporta con la mano sinistra), si ragionava meno ma si sentiva di più.

Nel modello di transizione tra mano sinistra e mano destra, ci doveva essere ancora una sensibilità istintiva che poi si è persa con la maggiore stratificazione della corteccia cerebrale, cioè con la preponderanza della mente sull'istinto.

La filosofa statunitense Martha Nussbaum in "The Fragility of Goodness", descrive l'eromenos ideale:

« Un bel ragazzo, consapevole del proprio fascino e del tutto assorbito nel rapporto esistente con coloro che lo desiderano. Egli sorriderà dolcemente rivolto all'amante che lo sta ad ammirare; mostrerà pertanto apprezzamento per l'altrui amicizia, per i consigli e l'assistenza ricevuti.

Consentirà all'amante di salutarlo, toccandogli affettuosamente i genitali ed il volto, mentre con gli occhi guarda pudicamente verso terra... L'esperienza interiore di un eromenos sarebbe caratterizzata, possiamo immaginare, da un sentimento di orgogliosa autosufficienza.

Anche se venisse sollecitato in modo alquanto importuno, lui non ha bisogno di nulla oltre che di se stesso. Egli non desidera lasciarsi esplorare dalla curiosità dei bisogni altri, avendo egli stesso poca o nessuno curiosità verso gli altri. E' qualcosa di molto simile ad un dio, alla posa statuaria di un dio greco
. »

Nella scena che segue qua sotto, tratta da un vaso ateniese del V sec. a.c. si raffigura una tipica scena di corteggiamento e seduzione pederastica. Qui non sembra trattarsi di un eromenos adolescente ma di un giovane più sviluppato, di aitante aspetto, palestrato e con in mano un anello che dovrebbe essere uno strumento di ginnastica, coi lunghi capelli sciolti e una lunga collana sul petto.

Un uomo barbuto con capelli più corti, anch'esso nudo, come si trovassero appunto in una palestra a fare esercizi, gli fa il classico gesto di "su-e-giù", cioè piega le ginocchia per carezzargli i testicoli e contemporaneamente con l'altra mano gli afferra con gesto autorevole il mento per costringerlo a guadarlo negli occhi.

Se l'eromenos non è un ragazzino però l'erastes non è molto giovane, anzi dà l'idea, per la differenza di età, di poter essergli padre, e qui sta in effetti l'eccitazione del rapporto.

L'erastes sembra giocare col giovane dall'alto della sua autorità stuzzicandone i genitali. Il giovane dal suo canto subisce quell'autorità che gli piaccia o meno, con l'obbligo del rispetto dell'età da un lato e del contegno dall'altro.

L'eromenos pertanto non può rifiutare l'approccio ma non può nemmeno lasciarsi andare troppo alla provocazione perchè sarebbe poco contegnoso. Insomma non deve disgustarlo ma nemmeno piacergli troppo, deve essere grato dell'attenzione senza eccitarsi troppo, questo richiede il bon ton.

Secondo il grecista Karl Otfried Müller, la pederastia sarebbe stata introdotta dalle tribù guerriere che conquistarono la Grecia intorno al 1200 a.c., cioè dai Dori, che si sono poi velocemente stabiliti nel Peloponneso, oltre che nelle isole di Creta, Santorini e Rodi, cacciandone gli Ioni che vi abitavano.

Ci sembra un'ipotesi molto probabile, essendo Omero un poeta ionico infatti poco compare nelle sue opere questa pratica dorica. Aristotele però dice che fu il re Minosse a stabilire la pederastia come controllo delle nascite per la comunità dell'isola.

APOLLO, GIACINTO E CLIPARISSO

LA PEDERASTIA ROMANA

Di tutte le opere greche, e pure romane, il cui tema principale fosse l'amore omosessuale, pochissimo è sopravvissuto; perchè il cristianesimo, che molto si adoperò per distruggere le antiche opere di filosofia, di storia e di letteratura, con molta più diligenza si adoperò per cancellare delle opere che, già scandalose in quanto parlavano di sesso, erano addirittura diaboliche se trattavano di omosessualità.
Comunque sappiamo che nel periodo repubblicano, prima della conquista della Grecia i rapporti omosessuali erano osteggiati e giudicati riprovevoli. La pederastia era chiamata "il vizio dei Greci" Mentre però nella mentalità greca il giovinetto non contava solo per le prestazioni fisiche ma anche per la raffinatezza, l'audacia e le virtù, a Roma si badava alla bellezza e alle grosse dimensioni del pene, anche se nelle statue, a imitazione di quelle greche, il pene veniva raffigurato sempre molto piccolo, perchè essendo simbolo dell'istintualità prorompente, non doveva prevalere per guastare l'armonia della persona.

Con la conquista della Grecia le cose erano cambiate e i cittadini romani praticavano largamente l'omosessualità ma solamente con gli schiavi e con i liberti. L'unico modo corretto per un maschio romano di cercare gratificazione sessuale era quello di inserire il suo pene nel/nella partner, senza mai lasciarsi penetrare.

Un uomo romano nato libero poteva avere esperienze sessuali con entrambi i tipi di partners, ma solo con schiavi, prostitute e prostituti. Era invece immorale avere una relazione con la moglie di un altro uomo nato libero, con una ragazza in età da marito o con un ragazzo minorenne di buona famiglia, o con lo stesso cittadino libero adulto. 

Secondo il filosofo Jeremy Bentham ciò che i greci condannavano non era la relazione omosessuale, ma semmai la mancanza di moderazione che poteva esservi, ma pure in relazione alle donne:

"Dovevano vergognarsi di quello che era considerato eccessivo e pertanto un'espressione formale di debolezza, vergogna causata da una consuetudine che tende a distrarre gli uomini da occupazioni ben più preziose e importanti, dovevano vergognarsi dei loro eccessi e della loro debolezza con le donne".

A Roma il problema riguardava solo in parte il principio della continenza molto caro alla vecchia repubblica, il problema maggiore era in effetti il proseguimento di rapporti omosessuali in età adulta, e soprattutto che l'eromenos giovinetto potesse diventare il kinaidos, adulto, cioè il partner passivo/penetrato.

Teniamo conto che i Romani avevano un'alta concezione di sè, loro erano i dominatori del mondo, e i maschi erano i più grandi guerrieri della terra, si diceva che in battaglia un legionario romano valesse per 10 combattenti barbari.

Insomma il romano era e doveva essere sempre vincente, e un vincente doveva sempre dominare la situazione, mai essere dominato... o penetrato. Si dice però che nella pratica sessuale la modalità preferita fosse quella intercrurale. Per preservare la sua dignità e soprattutto l'onore, l'eromenos pertanto limitava all'amante la concessione della penetrazione tra le cosce chiuse e da dietro.
La penetrazione anale veniva vista dai romani come disonorevole o almeno vergognosa, ma solo per il partner che sceglie di assumere il ruolo di penetrato. Il romano poteva penetrare ma mai essere penetrato, per cui la penetrazione anale o orale sembra fosse riservata per le prostitute o gli schiavi.
Era altrettanto disonorevole dedicarsi al sesso orale, ma non solo rispetto ai maschi, ma pure rispetto alle donne. Si diceva di colui che praticava il cunilinguo o la fellatio avesse l'alito puzzolente.
Ma c'era un altro intoppo, il ragazzo non doveva innamorarsi perdutamente dell'erastes, perchè divenuto adulto doveva andare con le donne, sposarsi e fare figli. Se si innamorava di un uomo invece era kinaidos cioè gay, e i gay a Roma andavano bene come prostituti, cioè da schiavi, ma non come cittadini romani.
Dunque l'eromenos non era tenuto a provare un forte desiderio così "poco virile" nei confronti dell'erastes, ma doveva essere più che altro una forma di omaggio e riconoscenza verso il suo mecenate e mentore.

L'erastes, dal suo canto, non doveva dar prova di si tanto poco autocontrollo da innamorarsi tanto da essere geloso o soffrire visibilmente. Tanta debolezza, se era appena perdonabile in un giovinetto, sarebbe stata molto disdicevole per l'onore di un adulto.

Di ciò non tiene conto Tibullo, che si scaglia contro il suo amante efebo e contro chi glielo ha rubato coi regali, maledicendo mezzo mondo, con poco self control ma con grande poesia:

ERASTES ED EROMENOS

IL TRADIMENTO DI MARATO

Se volevi tradire il mio amore infelice,
perché mai invocando gli dei giuravi,
per poi ingannarli di nascosto? Infame!
anche se sul momento si può celare lo spergiuro,
alla fine il castigo arriva con passo felpato.
Fategli grazia, celesti: per una volta è giusto
che impunemente alla beltà sia lecito
offendere il vostro volere.

Per lucro il contadino aggioga i buoi
a un agevole aratro e affretta
il lavoro opprimente della terra;
per lucro attraverso le onde navi malsicure
in balia dei venti da stelle fisse si fanno guidare;
e sedotto dai doni è il mio ragazzo.

Ma un dio quei doni li converta in cenere e in acqua che scorre.
Tra breve me ne pagherà la pena:
la polvere gli toglierà bellezza,
al vento si scompiglierà la chioma,
al sole si bruceranno faccia e capelli,
un viaggio interminabile gli logorerà i piedi troppo teneri.

Quante volte io l'ho ammonito:
'Non contaminare con l'oro la bellezza:
nell'oro si celano spesso molti mali.
Con chi, preso dalle ricchezze,
ha tradito l'amore Venere diventa ispida e ostile.

Marchiami prima col fuoco la fronte,
feriscimi di spada, solcami la schiena a colpi di frusta;
se ti accingi a peccare, non illuderti di rimanere nascosto:
v'è un dio che impedisce agli inganni di restare celati.
Un dio che permette allo schiavo, per legge tenuto al silenzio,
di parlare liberamente nell'ebbrezza del vino;

un dio che fa parlare chi è in preda al sonno
e suo malgrado gli fa dire fatti che avrebbe voluto celare'.
Questo gli dicevo: ora mi vergogno di aver parlato fra le lacrime,
mi vergogno d'essergli caduto ai giovani piedi.

Allora mi giuravi che mai, mai avresti venduto la tua fedeltà
per gemme o somme ingenti di denaro,
nemmeno se in compenso t'avessero offerto
le terre di Campania o l'agro Falerno, prediletto da Bacco.
Con quelle parole m'avresti strappato di mente
che in cielo splendono le stelle,
che vivide sono le vie del fulmine.

Anzi piangevi; ed io, incapace d'inganni,
nella mia credulità, di continuo
ti tergevo le guance umide di pianto.
Che mai farei, se anche tu non ti fossi
innamorato di una fanciulla?
Mi auguro che, sul tuo esempio, sia frivola anche lei.

Quante volte, perché nessuno conoscesse i vostri segreti,
portandoti il lume, nel buio della notte
ti sono stato io stesso compagno!
Grazie a me, quando piú non lo speravi,
quante volte è venuta lei da te,
nascondendosi, col capo velato,
dietro i battenti della porta!

Allora, sventurato, mi sono perduto,
fidando ciecamente d'essere riamato:
davanti ai tuoi lacci, potevo almeno usare cautela maggiore.
Invece, con la mente ottenebrata, cantavo le sue lodi,
e per me, per le Pièridi ora provo vergogna.
Come vorrei che Vulcano bruciasse nell'impeto della fiamma
quei canti e la corrente di un fiume li cancellasse.

Tu, che pensi di vendere la tua bellezza
e di ricavarne a piene mani un gran prezzo, sta' lontano di qui.
E di te invece, che con doni hai osato corrompere il ragazzo,
rida senza rischi tua moglie tradendoti continuamente,
e dopo aver sfiancato un giovane in amplessi furtivi,
giaccia spossata con te, ponendo tra voi la veste.

Sempre ci siano nel tuo letto impronte di persone estranee
e resti sempre la tua casa spalancata alle voglie altrui;
né si possa mai stabilire se tua sorella in un delirio di lussuria
beva piú coppe o sfinisca piú maschi.
Si sa come spesso fra i brindisi prolunghi i suoi banchetti
finché il cocchio di Lucifero levandosi non riconduce il giorno.

Nessun'altra meglio di lei saprebbe trascorrere le sue notti
o variare in mille modi gli amplessi.
L'ha imparato tua moglie, e tu, balordo come pochi,
neppure te ne accorgi, quando con arte inconsueta eccita il tuo corpo.
Credi forse che per te si acconci la chioma,
che per te con pettine fitto ravvii i suoi capelli sottili?

Forse è il tuo volto che la induce a cingere d'oro le braccia,
a uscire avvolta in abiti di Tiro?
Non è certo per te, ma per un giovane che vuole apparire graziosa,
un giovane per il quale manderebbe all'inferno il patrimonio e la tua casa.
E non lo fa per vizio: è il tuo corpo sformato dalla gotta,
è l'amplesso di un vecchio che quella giovane raffinata rifugge.

Eppure è con lui che il mio ragazzo s'è steso:
di congiungersi con belve feroci, di questo posso crederlo capace.
A un altro hai osato vendere carezze, ch'erano mie,
ad altri offrire, insensato, i baci ch'erano miei.
E allora piangerai, quando un altro giovinetto
mi terrà avvinto e regnerà superbo su un regno ch'era tuo un tempo.

Gioia saranno allora per me le tue pene,
e appesa in onore dei meriti di Venere
una palma d'oro rammenterà la mia ventura: '
Questa palma Tibullo, liberato da un amore bugiardo,
ti dedica, pregandoti, o dea, di gradirla'.

(Tibullo)

Ma pure Marziale si scandalizza e fa ironia, perchè è vero che un romano doveva essere solo attivo, ma nella realtà esistevano anche tra i cives romani gli appassionati del ruolo passivo, si faceva ma non si diceva:

« Se al tuo schiavetto fa male l'uccello; mentre tu, Nevolo, hai il culo dolorante
Non è necessario essere un mago per indovinare quel che è accaduto. »
(Marziale - Epigrammi)


Il cursum honorum sessuale

I romani davano grande valore alla continenza "continentia", tutto poteva essere praticato ed esperito ma senza esagerazione.

L'esaltazione, l'esasperazione, l'infatuazione e tutto ciò che poteva alterare l'obiettivo discriminare della mente, cioè la razionalità, era guardato piuttosto male.

Pertanto la mania di avere molte donne o molti efebi, come lo star troppo a pregare gli Dei, o mangiare smodatamente, o seguire troppo la moda nelle vesti rendendole troppo preziose, come il supplicar troppo ai piedi di una donna, o dimenticare i propri doveri per lei, era un comportamento indegno per un vero romano.

Quindi un romano poteva avere un'amante o più amanti ma senza far soffrire la moglie, e cercando se possibile di tenerla all'oscuro, poteva pertanto avere l'efebo del cuore ma doveva trattare con generosità e rispetto la sua sposa.

Un evidente esempio di ciò fu l'imperatore Adriano che viaggiò sempre coi suoi amanti, in particolare Antinoo, ponendo però ufficialmente in evidenza sua moglie Vibia l'imperatrice. Lei era sempre al suo fianco e veniva immortalata insieme a lui si che il popolo la adorava.

Dunque tra i romani, al contrario dei Greci, non era d'obbligo avere l'amate maschio adolescente. Si poteva averlo o meno, l'importante era però dimostrare di fare sesso con qualcuno e sempre in modo attivo. Che avesse rapporti con efebi o con donne, il romano doveva essere colui che penetrava e che mai era penetrato.

L' impudicitia maschile peraltro esisteva, ed era molto deprecata, era la voglia di essere penetrati sessualmente. Ballare era espressione, di impudicitia, perchè danzavano solo la prostituta e l'effeminato. Lucio Anneo Seneca il giovane (il tutore di Nerone) decretò che "l'impudicitia era un crimine per colui che era nato libero, una necessità in uno schiavo, e un dovere per il liberto". Quest'ultimo infatti, se voleva mantenere la protezione del suo ex padrone, doveva fornirgli ancora quel piacere che gli aveva fornito da schiavo, stavolta per pura riconoscenza.

In quanto agli imperatori, la maggior parte di loro non disdegnava i fanciulli, a parte Cesare che si rivolgeva alle donne e agli uomini adulti.



CESARE

Avere partner coetanei a Roma era assolutamente riprovevole, perchè significava poter essere anche penetrati. Per un romano era uno scandalo. Restò memorabile per questo Giulio Cesare che era decisamente bisessuale ma che non gradiva gli efebi, bensì preferiva amoreggiare coi suoi generali.

Nelle sue avventure sessuali non si escludono neppure i soldati, visto che Cesare stesso dichiara che questi si profumavano ma che nonostante ciò combattessero bene.

I soldati profumati fanno pensare che nell'accampamento ci fossero parecchi amori omosessuali che Cesare non riprovava usandone sovente egli stesso. Ciononostante Cesare amava molto le donne, anzi era un libertino, e aveva pure l'amante fissa, la famosa Servilia cui regalava gioielli da capogiro.

Amico e sostenitore di Gneo Pompeo Magno, Gaio Giulio Cesare, Marco Antonio e Cicerone, Gaio Scribonio Curione fu famoso per la sua arte oratoria, ma pure per aver avuto molti amanti maschi. Con Cicerone ebbe una ricca corrispondenza che in parte ci è pervenuta e fu proprio Cicerone, a cui forse l'amico aveva fatto confidenze, a insultare Marco Antonio per essere stato in gioventù "la sgualdrina" di Gaio Scribonio Curione e di aver "stabilito con lui un vero matrimonio.

Marco Antonio, infine, insinuò, nel tentativo di diffamare il suo avversario durante la guerra civile, che Cesare avesse avuto un rapporto anche con il nipote Ottaviano, e che la causa della sua adozione fosse stata proprio la loro relazione amorosa. Viene da pensare che anche tra Cesare e Marco Antonio ci fosse stato del tenero. C'era del resto una grande confusione perchè alla morte del suo amante e marito Gaio Scribonio Curione, Marco Antonio sposò la sua vedova che tra l'altro, a quel che si diceva, era grandemente innamorata di lui. Insomma le relazioni omosessuali non scandalizzavano nemmeno le donne.
La cosa curiosa è che il comportamento di Cesare era giudicato molto sconveniente, mentre sarebbe stato ineccepibile se avesse rivolto le sue attenzioni sessuali ai ragazzini. Ci si passava sopra perchè era un grande generale e conquistatore, ma i senatori torcevano il naso a guardarlo, accusandolo di essere "una donna".

La bisessualità di Cesare scandalizzò molto Cicerone che lo definì "il marito di tutte le mogli e la moglie di tutti i mariti"; Plutarco narra che a causa della relazione avuta col re di Bitinia, in cui lui era il giovinetto e il re l'adulto, non vi fu nemico o personaggio pubblico che non lo deridesse in merito. Cesare venne definito "rivale della regina di Bitinia", "stalla di Nicomede", "bordello di Bitinia".

Marco Campurnio Bibulo, collega di Cesare nel consolato del 59, temendo l'ambizione di Cesare che l'avrebbe sicuramente scalzato, come in effetti fece, lo accusò pesantemente lagnandosene in senato: "Questa regina, una volta aveva voluto un re, ora vuole un regno".

I legionari, il giorno del trionfo di Cesare sui Galli, seguendo il costume che consentiva ai soldati di indirizzare il giorno del trionfo versi piccanti e scurrili al proprio comandante, intonarono un canto che suonava più o meno così:
"Cesare ha sottomesso le Gallie, ma Nicomede ha messo sotto lui. Oggi trionfa Cesare che le Gallie ha sottomesso, non trionfa Nicomede che ha messo sotto lui."

In Senato, mentre Cesare per perorare la causa di Nisa, figlia di Nicomede, ricordava i benefici ricevuti da quel re, Cicerone lo interruppe col suo solito humor, anche se un po' acido: “Lascia perdere questi argomenti, ti prego, poiché nessuno ignora che cosa egli ha dato a te e ciò che tu hai dato a lui”.

Cesare aveva una grande intelligenza e autostima per cui non se la prese mai per certe accuse, consentendo perfino ai suoi soldati di irriderlo benevolmente per questa sua debolezza, d'altronde sapeva benissimo del grande attaccamento che avevano per lui le sue truppe. Non si offese mai per certe accuse, che lo facevano ridere perchè ci riconosceva la debolezza e la presunzione maschilista dei suoi detrattori.

Cesare invece rispettava le donne, non ripudiò la prima moglie anche a costo della vita per questo rispetto, non portò in tribunale la moglie fedifraga limitandosi a ripudiarla, e non abbandonò mai Capurnia che pure non gli aveva dato figli neppure per i begli occhi di Cleopatra. Cesare che era bisessuale, fu un uomo estremamente virile.

Non la pensò così il giovine Catullo, il grande innamorato di Lesbia, ma pure innamorato di qualche efebo giovinetto, come il quattordicenne Giovenzio che oltre tutto non è nè schiavo nè liberto:

Carmen IIL

Se i tuoi occhi di miele, Giovenzio,
mi fosse lecito baciare,
migliaia di volte io li bacerei
e non potrei esserne mai sazio,
anche se più fitta di spighe mature
fosse la messe dei miei baci.


Catullo ebbe a sostenere che Cesare e il suo ufficiale Mamurra avessero avuto una relazione, definendoli per questo "invertiti", ma più tardi si scusò e Cesare dimostrò tutta la sua clementia, lasciandogli perfino frequentare la sua corte. Ma all'epoca ebbe parole di fuoco per Cesare;

Carmen LVII

Una bella coppia di canaglie fottute
quel finocchio di Mamurra e tu, Cesare.
Non è strano: macchiati delle stesse infamie,
a Formia o qui a Roma, se le portano
impresse e niente potrá cancellarle:
due gemelli infarciti di letteratura
sui vizi comuni allo stesso letto,
l'uno più avido dell'altro nel corrompere,
rivali e soci delle ragazzine.
Una bella coppia di canaglie fottute.


Cesare però, che era uomo di carattere e di spirito, una volta acquisito il potere, non solo non si vendicò su Catullo che lo aveva chiamato "invertito" ma lo accolse nella sua reggia, conscio del valore del poeta.


OTTAVIANO

Marco Antonio ebbe modo in seguito di accusare Ottaviano di essersi guadagnato la sua adozione da parte di Cesare attraverso favori sessuali, anche se occorre dire che Svetonio descrive l'accusa rivoltagli contro da Antonio come pura calunnia politica.

ANTINOO
Cesare a quanto si sa non amava i giovinetti e soprattutto rispettava i parenti, nè Ottaviano avrebbe mai accettato un rapporto del genere, teso com'era, anche con la moglie, a fare la parte del maschio comandante.

Il discorso però cambia se era lui l'adulto dell'amplesso.

Dopo che Marco Favonio fu catturato e giustiziato a seguito della Battaglia di Filippi Ottaviano ne acquistò uno degli schiavi, un certo Sarmento, mentre tutte le altre proprietà del nemico sconfitto vennero mese in vendita: è stato affermato poi ch'egli divenne il catamite preferito del futuro imperatore
Quinto Dellio letterato romano e militare al fianco di Marco Antonio nella guerra contro i Parti, poco prima della battaglia di Azio (31) passò dalla parte di Ottaviano.

Confesserà poi che, mentre lui e gli altri dignitari venivano trattati come vino acido da Antonio, Ottaviano si stava gustando il catamite a Roma.



TIBERIO

Tiberio visse poco a Roma, preferendo la sua villa di Capri dove poteva godersi indisturbato i suoi vizi. Infatti prediligeva i ragazzini appena puberi raccolti tra i figli della comunità locale e li chiamava i suoi "pesciolini", spiandoli mentre nuotavano nudi in piscina. Si narra pure che l'anziano imperatore avesse addestrato dei fanciulli in tenerissima età, nella residenza di Villa Jovis, a scherzare tra le sue gambe mentre nuotava e a risvegliare i suoi sensi con baci e morsi.



ADRIANO

Nella relazione d'amore tra Adriano e Antinoo, il giovinetto non era l'unico amante dell'imperatore ma di certo il suo preferito, e seguiva ovunque il suo imperatore insieme alla moglie Vibia da cui Adriano non si scostò mai. Ma quando Antinoo morì Adriano fondò un culto su di lui che si diffuse per tutto l'impero giungendo a intitolargli una città: Antinopoli



LA LEGGE SCANTINA

Lo storico Plutarco (45 - 125 d.c.) narra che il padre di Marcello, che all'epoca era edile, accusò il collega Scantinio Capitolino davanti al Senato di aver importunato suo figlio. Livio così narra l'accaduto:

« Non essendoci però alcun testimone delle parole fatte da esso (Scantinio Capitolino) al fanciullo, parve bene al senato di citare il fanciullo medesimo. Quando egli compare, i senatori, vedendone il rossore, le lagrime e la vergogna, unita ad una grandissima collera, senza cercar altre prove sentenziarono contro Capitolino, e lo condannarono in denari, dei quali Marcello fece fare una tavola di quelle usate dai cambiatori, e la consacrò agli dei. »
(Plutarco, Vita di Marcello.)

A questo evento ne conseguì la Lex Scantinia (149 a.c.), che prese nome dal reo Scantinio, condannava chi avesse rapporti omosessuali tra un adulto e un puer o praetextati (da praetexta, la toga bianca orlata di porpora che portavano i ragazzi che non avevano ancora raggiunto l'età della piena maturità sessuale (fino ai 15-17 anni).

Invece nel rapporto omosessuale tra cittadini liberi adulti la legge puniva solo quello che tra i due assumeva il ruolo passivo, con una multa che poteva ammontare fino a 10.000 sesterzi. La Lex Scantinia, di cui non ci è pervenuto il testo ma di cui ci hanno riferito Cicerone, Ausonio, Svetonio, Giovenale, Tertulliano e Prudenzio, è un'importante testimonianza a dimostrazione del fatto che l'omosessualità veniva praticata in tutti gli ambienti sociali.

In questa legge, emessa al tempo di Gaio Giulio Cesare e quindi col suo consenso, lo stupro, definito come un forzare al rapporto sessuale un ragazzo o una donna, veniva punito con l'esecuzione capitale, una sanzione abbastanza rara nel diritto romano.

Secondo questa legge gli uomini che erano stati stuprati non perdevano lo status giuridico e sociale come quelli che concedevano volontariamente il proprio corpo (soprattutto attraverso il sesso anale e la fellatio); un giovane libero che si dedicava alla prostituzione maschile era sottoposto a infamia e pertanto escluso dalle protezioni concesse a tutti gli altri cittadini.

Viceversa uno schiavo o una schiava non avrebbero potuto essere violentati dai loro padroni in quanto di loro proprietà, ma se un estraneo osava violentarlo, il proprietario dello schiavo poteva perseguire il violentatore per danni alla proprietà.

TRE ERASTES CORTEGGIANO UN POSSIBILE EROMENOS

LE LEGGI SABINE

Ma c'è un particolare cui pochi hanno dato risalto, i romani erano pederasti ma non pedofili. Per capire ciò occorre risalire alla fusione del popolo romano con quello sabino ai tempi del famoso ratto.
Plutarco narra che nella guerra che ne conseguì al rapimento, le donne accorsero si con i figli per separare i contendenti, ma fecero i versi della guerra minacciando sia mariti che padri, mentre altre cercarono di rabbonire i padri mostrando i pargoli. Il popolo dei sabini rispettava le sue donne che erano molto fiere e indipendenti, tanto è vero che per accettare i romani posero delle condizioni.

I Romani dovettero infatti stabilire per contratto il trattamento delle donne: non dovranno mai lavorare per i loro mariti, salvo filare la lana; per la strada gli uomini dovranno cedere loro il passo; nulla di sconveniente sarà detto a loro o in loro presenza; nessun uomo potrà mostrarsi nudo davanti a loro; i loro figli avranno una veste speciale (praetexta) e un ciondolo d'oro (bulla aurea).

Le sabine chiesero pertanto la veste senatoriale, quella bianca con le bande rosse, la veste dell'inviolabilità per i bambini e pure la bulla che consacrava il bambino e la lunula che consacrava la bambina. I due cosiddetti amuleti consacrati nel tempio comprovavano agli adulti che i bambini erano stati consacrati ed erano quindi intoccabili, tanto che i romani fecero portare la bulla fino ai 16 anni ai maschi e la lunula fino al matrimonio alle femmine.

La veste praetexta, nonchè la bulla e la lunula erano baluardi di protezione insormontabili, per cui chiunque li violasse, o facendo loro del male, ma soprattutto facendoli oggetto di stupro, veniva condannato a morte.

Pertanto, anche se i romani praticarono la pederastia, furono l'unico popolo antico che non solo vietò la pedofilia, ma ne emanò le leggi che punivano il pedofilo con la morte. I romani consideravano lo stupro su un "ingenuus" come uno tra i peggiori crimini che potevano essere commessi, assieme col parricidio, la violenza su una ragazza ritenuta vergine e il furto all'interno di un tempio romano.



L'ABUSO DI POTERE

Gli storici romani narrano di ufficiali che abusavano del loro potere per costringere i propri sottoposti a compiere atti sessuali. Agli ufficiali più giovani si consigliava pertanto di rinforzare le proprie qualità maschili e non usare profumi, né tagliarsi i peli alle narici e non radersi le ascelle, al contrario di Cesare che si profumava e si depilava interamente anche in guerra.

Narra Plutarco nella biografia di Gaio Mario, di un giovane soldato di nome Trebonio che aveva subito molestie sessuali per un certo periodo di tempo dal suo ufficiale superiore, tal Gaio Luscius. nipote di Gaio Mario. Una notte Trebonio venne convocato di nuovo alla tenda di Luscius. non poteva esimersi pur sapendo che avrebbe dovuto difendersi dalle insistenze dell'altro. Ma poichè stavolta le insistenze stavano trasformandosi in violenza sessuale, Trebonius, sfoderata la spada uccide Luscius.

Portato a processo, il ragazzo, che rischiava la condanna a morte per questo gravissimo reato, riuscì però a produrre testimoni per dimostrare che aveva ripetutamente dovuto respingere Luscius, e che "non aveva mai prostituito il suo corpo a nessuno, nonostante le profferte di regali costosi". E' evidente che i legionari poterono testimoniare liberamente perchè conoscevano il senso di profonda giustizia del generale Gaio Mario. Questi infatti, non solo liberò Trebonio dall'accusa di aver assassinato un suo parente, ma lo adornò di una corona sul campo una corona per il coraggio dimostrato.














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